Quel giorno era un giorno come un altro. Era il 2016. Non ricordo se fosse maggio o giugno. Ricordo che alle nove avrei dovuto essere in ufficio per una riunione una di quelle cose che fino a tre ore prima mi sembrava importante, fondamentale. Ma alle sei di mattina ero ancora sul letto a rigirarmi, più stanco di quando mi ero addormentato, con la testa che rimbalzava da un pensiero all’altro come in una partita di pallavolo in cui tutti giocano contro tutti e la palla non cade mai.

A un certo punto ho deciso di alzarmi.

Ho acceso la macchinetta del caffè, ho premuto l’interruttore delle tapparelle. E mentre salivano con il rumore del caffè nelle orecchie ho visto apparire da sotto le doghe le mie vecchie New Balance. Il sole aveva appena iniziato a illuminare tutto. Sono uscito sul balcone in maglietta: quell’aria pungente che ti dà la sveglia giusta. Sono rientrato, ho preso i pantaloncini, le scarpe, le chiavi. Nient’altro.

Prima di uscire ho attaccato un post-it sulla porta: “Sono a correre.”

Da lì è cominciato tutto.

La sequenza di corsa di Forrest Gump dura sette minuti scarsi. E in quei sette minuti c’è tutto quello che si può dire sulla corsa — e forse sulla vita. Forrest è seduto sul portico. A un certo punto si alza, mette le scarpe, e inizia. “Quel giorno, non so proprio perché, decisi di andare a correre un po’.”

Due cose mi hanno sempre colpito di quella frase. Non solo che decise di correre, ma soprattutto che non sapeva perché.

Quando lo dici alle persone che corri la prima cosa che ti chiedono è: perché lo fai? Per dimagrire? Per lo stress? Per una gara? Come se fare una cosa senza uno scopo preciso fosse strano, quasi sospetto. Nel film, i giornalisti inseguono Forrest chiedendogli se lo fa per l’ambiente, per protestare, per qualche causa. E lui non riesce a crederci. Non capisce perché la gente non accetti semplicemente che uno corra perché gli va.

Anch’io me la sono fatta, quella domanda. Perché corro?

Ho provato a rispondermi con le cose ovvie: fa bene, mi svuota la testa, mi tiene in forma. Tutto vero. Ma nessuna è la risposta completa. La verità è che quando esci la mattina presto, con l’aria ancora fresca e le strade quasi vuote, non stai cercando niente. Stai solo correndo. E in quei momenti non hai bisogno di uno scopo perché il gesto ha senso da solo come quando eravamo bambini e facevamo le cose perché ci andava di farle, senza chiederci il perché. Alla fine della sua corsa infinita due anni, tre mesi, quattordici giorni e sedici ore Forrest si ferma nel mezzo del deserto dello Utah. I suoi seguaci trattengono il fiato, convinti che stia per rivelare il segreto della vita.

E lui dice: “Sono un po’ stanchino. Credo che tornerò a casa ora.”

Nessuna rivelazione. Nessun senso nascosto. Solo un uomo che ha corso perché gli andava, e ora si ferma perché non gli va più. Forse è questa la risposta. Non c’è un perché. O meglio: il perché è nel fare, non nell’obiettivo. Corri perché corri. Quando smetti, smetti.

E quel post-it sulla porta vale ancora più di qualsiasi spiegazione.​​​​​​​​​​​​​​​​