La sveglia era impostata per le 4:00. Il piano era semplice: alzarsi con calma, finire le ultime cose rimaste in frigo, bersi un caffè come si deve. Il mio cervello aveva altri programmi. Convinto per qualche motivo imperscrutabile che la sveglia suonasse “per sbaglio”, ho continuato a posticipare fino alle 4:30. A quel punto ho fatto i conti: perché fare colazione con calma quando puoi vestirti in dieci minuti e scappare in aeroporto? Detto, fatto. E ovviamente sono arrivato con un anticipo imbarazzante. Ogni volta che mi succede penso al mio amico Riccardo, per cui il ritardo è una filosofia di vita e inizio a capirlo. Ho lasciato l’auto al parcheggio prenotato la sera prima, anche se ero convinto di averlo fatto giorni fa (il mio PayPal la pensava allo stesso modo, ma la prenotazione non si trovava da nessuna parte). I controlli di sicurezza nessun problema, anche se ho scoperto che all’aeroporto di Bergamo hanno rifatto tutto: i controlli sono adesso al primo piano, dettaglio che nessuno si è preoccupato di comunicarmi. Passati i controlli alle 5:45 dopo essermi maledetto per non essere rimasto a letto un’altra ora guardo il tabellone delle partenze. Il volo è in ritardo. L’unico. Decido allora di fare quella colazione con calma che avevo in programma di fare a casa, ma la FOMO ha già vinto: mi metto a passeggiare e mi imbatto nel bar della Bauli (sì, quelli dei panettoni). C’è troppa gente, aspetto un po’. Faccio un giro. Sono tutti pieni. Torno lì, e scelgo proprio quel bar solo perché hanno le brioche salate amo la colazione salata 🤤 alla modica cifra di 10€ (spoiler: ero da solo). In piedi al bancone, brioche, spremuta. Permanenza totale: cinque minuti. Proprio con calma. Mi sono però tenuto il caffè per un secondo momento, e quello almeno sono riuscito a berlo senza fretta.

Poi si è decollato, si è atterrato, e la prima cosa che mi ha colpito potrebbe sembrare banale è stato l’odore di erba tagliata. Non ho mai visto così tanti giardinieri nello stesso momento. L’ostello è in una zona abbastanza periferica, più o meno a metà tra l’aeroporto e il centro storico. Letto a castello, camera solo uomini. La proprietaria mi ha detto che ci sono altri due ragazzi; entrando ho visto che entrambi avevano già occupato i letti sotto. Ho preso quello sopra a sinistra, senza nessuna ragione particolare. Posato lo zaino, prendo la macchina fotografica e il guscio impermeabile metti che piove e mi incammino. Avrei potuto prendere i mezzi, che qui sono economici ed efficienti, ma volevo guardarmi un po’ intorno. La prima cosa che si nota sono i condomini: tutti coperti di fori di proiettile. Solo le costruzioni nuove si salvano. Ogni edificio, dal primo piano in su, porta quei segni. L’unica cosa che non riuscivo a capire era il perché fossero sia ai piani bassi che in quelli alti. La risposta è arrivata nel pomeriggio, durante il tour che fin dall’inizio è stato un pugno nello stomaco.

Cominciamo dall’inizio: il tour apre con un filmato sull’assedio di Sarajevo. Mi sono ritrovato subito a fare i conti con qualcosa che non è lontano da me come la Seconda Guerra Mondiale. Tutto questo è successo nel 1992. Io avevo sette anni. Dopo il video in cui non si sono risparmiate scene di morte e crudeltà abbiamo conosciuto la nostra guida: una ragazza bosniaca di poco più di quarant’anni, che era a Sarajevo durante quegli anni. Quando si è presentata, si è scusata in anticipo. Ha detto che di solito si occupa solo del tour culturale, non di quello sulla guerra perché il trauma è ancora troppo forte. Ma oggi sarebbe stata la prima volta che avrebbe affrontato questo argomento, e ci ha avvertiti: in alcuni momenti la voce avrebbe potuto venirle meno. Ho cominciato a riflettere: mi era mai capitato di conoscere così da vicino qualcuno che ha vissuto la guerra? Per quanto importanti, i racconti sull’Olocausto appartengono a un’altra epoca. Questa storia è anagraficamente mia. Ed era esattamente per questo che volevo venire qui. Il tour è stato davvero emozionante. Se mai vi capiterà, ve lo consiglio senza riserve.

Al termine sono tornato all’ostello a ricaricare le batterie quelle dell’iPhone e le mie, visto che ero in giro dalle cinque di mattina. Poi sono uscito di nuovo, questa volta con i mezzi, verso la parte storica della città. Un caffè (ero in crisi di astinenza), una birra, e mi sono lasciato trasportare dalle luci. Con tutti i distinguo del caso, girando per i mercati della città vecchia ho pensato di essere tornato nella Medina di Fès dove dai minareti si sente la chiamata del muezzin. A quel punto il mio corpo ha iniziato a chiedere pietà. Dovevo anche tornare all’ostello e conoscere i compagni di stanza che, a giudicare da come stanno guardando la mia tastiera in questo momento, non sembrano apprezzare molto il mio scrivere. Meglio fermarsi qui.