Sveglia alle 5:30 e in macchina verso Chiesa in Valmalenco con il caffè del thermos che si rovescia puntualmente alla prima curva. Arrivo al parcheggio che sono le 7 e c’è già una luce bellissima sulle creste, l’aria è fresca e si sente solo il torrente.

Il sentiero parte subito in salita nel bosco di larici. Il primo tratto è ripido ma onesto, niente trabocchetti — solo pendenza costante e il profumo della resina. Dopo una mezz’ora abbondante il bosco si apre e si comincia a vedere la valle sotto. All’Alpe Pradaccio mi fermo cinque minuti per bere e togliere uno strato: fa già caldo.

Salita verso la Val Sassersa

Da Pradaccio in poi il sentiero entra nella Val Sassersa vera e propria. Il terreno cambia completamente: si passa dai prati ai massi, dal verde all’argento del granito. Il torrente che scende dai laghetti fa compagnia per tutto il tratto centrale, a volte lo si costeggia a volte lo si sente e basta.

L’ultimo pezzo è il più bello e il più faticoso. La pendenza aumenta, il sentiero si perde un po’ tra le morene e bisogna seguire gli ometti. Ad un certo punto supero un gradino roccioso e si apre la conca: tre laghetti uno dietro l’altro, acqua trasparente con riflessi verdazzurri, rocce lisce tutt’intorno levigate dal ghiacciaio. Non c’è nessuno. Solo io, una marmotta che fischia indignata e il silenzio.

I laghetti nella conca glaciale

Mi sono seduto su una roccia piatta vicino al secondo laghetto e ho mangiato il panino guardando il Monte Disgrazia che sbuca dalla cresta di fronte. Uno di quei posti dove non hai voglia di tirare fuori il telefono (l’ho fatto lo stesso, ovviamente, ma con moderazione).

Vista dal secondo laghetto

La discesa è stata veloce, ginocchia a parte. Rientrato alla macchina verso le 14, giusto in tempo per evitare un temporale che ha scaricato tutta la sua rabbia mentre guidavo verso casa.

Numeri della giornata: circa 1.070 metri di dislivello, 9 km e mezzo tra andata e ritorno, 3 ore di salita e 2 scarse di discesa. Difficoltà onesta, niente passaggi esposti o catene, ma il tratto finale sulle morene richiede un minimo di attenzione — soprattutto se c’è ancora neve residua (io ne ho trovata qualche chiazza vicino ai laghi).

Da rifare, magari in autunno quando i larici diventano oro.