Per chi mi conosce e sa il lavoro che faccio, sa che per me l’identità ha spesso un solo significato: l’identità digitale, l’identità informatica.

Ma oggi mi sono trovato a pensare all’identità, quella che vediamo riflessa negli occhi di chi ci osserva, di chi vive con noi e ci vede ogni giorno, volente o nolente.

Umberto Eco diceva che la condizione fondamentale dell’essere umano è il rapporto con un altro essere umano. Diceva che è lo sguardo ovvero quello di un altro essere umano che definisce e forma noi stessi. Così come non possiamo vivere senza mangiare e dormire, non possiamo comprendere chi siamo senza lo sguardo e la risposta dell’altro.

Personalmente sono molto legato a ciò che gli altri vedono in me: quello che faccio, le scelte che prendo, gli errori che commetto descrivono la mia identità, nel bene e nel male.

Il giorno in cui fai una cosa positiva per tutti, sei affidabile e indossi il costume del supereroe del momento.

Il giorno dopo fai un errore e ti senti dire: “Me lo sarei aspettato da tutti, ma non da te”, perché per il resto della tua vita hai provato con fatica a indossare quel costume che, anche se ti stava stretto, non potevi togliere.

Quel costume non hai scelto di metterlo, perché come direbbe uno Zio Ben “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Ma in realtà te lo hanno cucito addosso prima i genitori, poi gli amici, i fidanzati o le fidanzate, i mariti o le mogli, i figli, i nipoti, la religione, la politica.

Ma quindi mi chiedo: qual è la vera identità? Quella che indossiamo o quella che c’è sotto il costume?

E soprattutto, sei convinto che l’identità sotto il costume sia quella originale, o solo un altro costume ancora?

Tutto questo per dire che inizio a credere che non abbia più senso cercare quale sia la nostra vera identità, ma che invece valga la pena lavorare costantemente per aggiornare la nostra, con ciò che ci fa stare bene, che ci fa dormire la notte e che ci dà la forza di fare le cose che abbiamo voglia di fare senza per forza provare a salvare il mondo o a essere il più cattivo dei villain.

Credo anche che sperimentare con persone nuove, che non sanno chi siamo, cosa facciamo, se siamo buoni o cattivi, possa solo aiutarci. Magari riusciremo a vedere qualcosa di bello che nessuno, finora, aveva notato sotto il nostro costume.


Spunti: il podcast di Stefania Brucini Un Passo Al Giorno