Il 1° settembre 2025 è stato l’ultimo giorno di questa esperienza in Vietnam. La mattina è iniziata come tutte le altre, con una sveglia che annunciava l’ultima valigia da chiudere. L’ultimo bagaglio è sempre il più difficile da preparare: il poco spazio rimasto, già sacrificato all’andata, ora era occupato da fragili regali per famiglie e amici. Dopo diversi tentativi d’incastro e altrettanti fallimenti, finalmente riesco a chiuderlo.
La colazione, con l’immancabile caffè al latte condensato (che ho imparato ad apprezzare in questa esperienza), è stata accompagnata da uova e frutta fresca.
Usciti per le strade di Hanoi, il caldo e l’umidità costante si facevano subito sentire, mescolati al gas di scarico dei migliaia di motorini che già riempivano le strade affollate. L’obiettivo era visitare il mausoleo di Ho Chi Minh, nel quartiere di Ba Đình.
Non avevamo però fatto i conti con l'80° anniversario della proclamazione dell’indipendenza del Vietnam: per l’occasione l’intera città era in fermento, tra parate ed eventi. Il mausoleo era al centro di tutte le celebrazioni.
Abbiamo deciso comunque di provare a raggiungerlo, nonostante le difficoltà e l’altissima probabilità di non riuscire ad avvicinarci. Seguendo le indicazioni del navigatore, ci siamo messi in cammino, e man mano che ci avvicinavamo, le strade si riempivano sempre più di persone vestite di rosso e giallo, i colori della bandiera vietnamita.
C’era chi indossava una semplice maglietta rossa con la stella gialla al centro, e chi invece vestiva abiti tradizionali bianchi o dai colori del paese.
In quel momento seguivo il gruppo, ma un po’ distrattamente mi guardavo intorno alla ricerca di qualche scorcio di realtà. Il caldo e l’umidità erano tutto ciò che riuscivo a percepire, immerso nel caos di una città in attesa del grande evento. Poi, per puro caso, saltando tra una pozzanghera e un marciapiede, vidi una bambina che correva nella direzione opposta alla mia. Indossava un abito tradizionale bianco e il foulard a scacchi del Vietnam, chiamato khăn rằn.
La bambina raggiunse la sorella maggiore e la madre, vestite con lo stesso abito tradizionale. Con loro c’era il padre, in elegante uniforme militare dell’esercito vietnamita.
Quella scena sembrò bloccare il tempo, in mezzo al caotico muoversi del traffico e della folla diretta verso la parata. Istintivamente presi la macchina fotografica per provare a catturare quell’attimo.
Allo stesso tempo la famiglia mi notò e, altrettanto spontaneamente, mi salutò con la mano. Ricambiai, ancora con l’occhio nel mirino.
Fu un gesto naturale, come quello tra persone che si conoscono da tempo e si incontrano per caso in una giornata estiva.
Quella foto racconta molto del Vietnam che ho visto in queste due settimane: un paese orgoglioso del suo passato, ma allo stesso tempo proiettato verso un futuro moderno, con un livello di istruzione sorprendentemente elevato.
E quel saluto, proprio nel giorno della mia partenza, mi è sembrato un augurio di buon viaggio.
Non era previsto chiudere questo ciclo con quella fotografia. Non era previsto nemmeno che esistesse una “foto zero”. Ma riguardandola sul display subito dopo lo scatto, ogni altra conclusione è passata in secondo piano.
Saluto i miei compagni di viaggio, che da perfetti sconosciuti sono diventati amici. Ringrazio Giacomo, il coordinatore che ci ha accompagnati in queste due settimane.
E infine ringrazio il Vietnam, che in queste intense giornate mi ha regalato emozioni nuove e un imprevisto desiderio di scoprire ancora l’Asia.